mercredi 17 janvier 2018

Bienheureux TERESIO OLIVELLI, martyr

Bienheureux Teresio Olivelli

Laïc italien ( 1945)

SOURCE : https://nominis.cef.fr/contenus/saint/13059/Venerable-Teresio-Olivelli.html

- Le 16 juin 2017, le Pape a reconnu le martyre de Teresio Olivelli, un laïc tué le 17 janvier 1945, fait prisonnier par les allemands. Cette reconnaissance ouvre la voie à sa béatification.

- promulgation de décrets du 15 décembre 2015 (en italien): vertus héroïques du serviteur de Dieu Teresio Olivelli, laïc italien (1916 - 1945).

- béatifié le 3 février 2018 à Vigevano en Italie.

Né à Bellagio, le 7 Janvier 1916 - mort à Hersbruck, le 17 Janvier 1945, figure lumineuse, Teresio Olivelli était professeur et partisan, médaille d'or italienne pour bravoure militaire.

Il a fait ses études à Vigevano puis a été le plus jeune recteur du collège de Pavie. Il était engagé dans des institutions culturelles. Il se porte volontaire pour le front russe et assiste à l'horreur de la retraite de l'armée italienne... Fait prisonnier par les allemands, enfermé à Innsbruck d'où il s'évade... Il travaille à la création de la 'Fiamme Verdi', de caractère catholique. Puis en 1944 il crée le journal 'Il ribelle' dans la clandestinité.

Arrêté le 27 avril 1944 à Milan, il est torturé, condamné à mort mais parvient à s'échapper. Repris, il est marqué du triangle rouge des prisonniers 'durs'... Arrivé à Hersbruck en Bavière, où il prend soin de ses codétenus, essayant d'alléger la souffrance, pour guérir leurs blessures, pour les aider à survivre en se privant de ses maigres rations.

Il meurt sous les coups d'un Kapo en protégeant un de ses codétenus le 17 janvier 1945.

- Teresio Olivelli, Italien laïc, résistant et martyr du nazisme (Zenit)

En italien:

- Teresio Olivelli, site internet pour sa canonisation

- Corriere della sera, Teresio Olivelli, différents articles, 'plume noire' de Vigevano

- Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (Association nationale des partisans italiens)

Teresio Olivelli, Italien laïc, résistant et martyr du nazisme

Décret de la Congrégation pour les causes des saints

Le pape François a autorisé la publication d’un décret reconnaissant le martyre du vénérable Teresio Olivelli (1916 – 1945), laïc italien tué en haine de la foi le 17 janvier 1945, au camp nazi de Hersbruck (Allemagne). Cette reconnaissance ouvre la voie à sa béatification.
Soldat, résistant au fascisme et au nazisme, fondateur d’un journal clandestin à Milan, Teresio Olivelli fut déporté en 1944. Il mourut à 29 ans des suites des coups mortels reçus d’un kapo pour avoir cherché à servir de bouclier par son corps à un jeune prisonnier ukrainien qui était brutalement tabassé.
Dans le camp de concentration, Teresio Olivelli est aussi connu pour avoir assisté jusqu’au dernier moment un autre martyr catholique, béatifié en 2013 : Odoardo Focherini, Italien, père de famille, journaliste.
Teresio Olivelli était aussi membre de l’Action catholique italienne. En recevant les membres du mouvement au Vatican en avril dernier, le pape François avait salué sa mémoire parmi « les grands témoins de sainteté qui ont tracé la route de votre association ». « Action Catholique, avait-il ajouté, vis à la hauteur de ton histoire ! Vis à la hauteur de ces femmes et de ces hommes qui vous ont précédés ».
Son procès de béatification a été ouvert en 1988 et l’héroïcité de ses vertus a été reconnue en décembre 2015. Avec la reconnaissance de son martyre, aucun autre miracle n’est requis pour la béatification. En revanche pour la canonisation, il faudra un miracle attribué à son intercession.

TERESIO OLIVELLI 1916 - 1945

the "rebel out of love"

eresio Olivelli, called as the “rebel out of love”, was a protagonist of the Resistance in the Brescia-Cremona-Milano triangle, closely in touch, ever since his first arrival at Brescia, with members of the local liberation movement as important as Peppino Pelosi and father Carlo Manziana.
He worked hard to create the newspaper Il ribelle, whose first issue, published on 5 March 1944, was dedicated to the memory of Astolfo Lunardi and Ermanno Margheriti, sentenced to death by the special tribunal of Brescia on 5 February and executed on the morning of the following day at the shooting polygon of Mompiano. His goodbye to his friend, in which the evangelic sentence is echoed, can be considered as Olivelli's spiritual will: “Only those who lay down their lives can give and receive life”.
In the paper's second issue, Olivelli asserted his plans. “Our is above all a moral revolt” he wrote. Seeing his own country, Italy, subject to the enemy and despoiled, its culture suspended between victimhood, a false sense of pity and self-interest, he said: “Never so far we have felt so free as when we found again at the bottom of our conscience our capability to rebel against a passive acceptance, combined with a will to rise up against the oppression of the foreign enemy”.
Olivelli, captured on 27 April 1944 in Milan and immediately taken to the jail of San Vittore, where he was tortured, was moved to Fossoli, then Bozen, Flossenburg and in the end to Hersbruck. While imprisoned he put himself to the service of the others, up to the ultimate sacrifice: while defending his fellow inmates he was brutally hit by a Polish guard.
He died some days later, on 17 January 1945.

SOURCE : https://nominis.cef.fr/contenus/saint/13059/Venerable-Teresio-Olivelli.html
Beato Teresio Olivelli Laico e martire


Bellagio, Como, 7 gennaio 1916 – Hersbruck, Germania, 17 gennaio 1945

Teresio Olivelli, nato a Bellagio in provincia di Como, si trasferì a dieci anni a Mortara e proseguì gli studi a Vigevano e nell’università di Pavia. Nel 1941 si arruolò tra gli Alpini e prese parte alla campagna di Russia, dedicandosi eroicamente all’assistenza spirituale ai moribondi. Tornato in Italia, prese definitivamente le distanze dal regime fascista, che aveva vanamente cercato di riformare dall’interno. Tra prigionie, fughe ed evasioni, cercò di avviare un progetto di ricostruzione del Paese dopo la guerra, come testimonia la nascita del giornale «Il Ribelle» nel 1944. Fu definitivamente imprigionato e inviato a Gries, poi a Flossenburg in Baviera e infine a Hersbruck dove assistette, tra gli altri, Odoardo Focherini (Beato dal 2013). Ormai consumato dagli stenti, morì il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute al posto di un giovane prigioniero ucraino, che aveva riparato col suo corpo. La sua causa di beatificazione si è svolta nella fase diocesana presso la Curia vescovile di Vigevano su un duplice binario, ovvero sia per l’indagine sulle virtù eroiche, sia per quella sul martirio. Inizialmente, il 14 dicembre 2015, è stato autorizzato il decreto con cui veniva dichiarato Venerabile. A seguito della presentazione di ulteriori prove per accertare la sua morte in odio alla fede, il 16 giugno 2017 papa Francesco ha dato il proprio assenso alla promulgazione del decreto con cui Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata fissata al 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.

Teresio Olivelli nasce il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Como) e dopo il ginnasio a Mortara (PV) e il liceo a Vigevano, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia, come alunno del collegio Ghislieri. 

Gli splendidi voti che contrappuntano il suo percorso scolastico testimoniano l’intelligenza e la serietà di questo ragazzo, che gioca la sua partita di cristiano su più fronti. È membro attivo della Fuci, partecipa a ritiri, conferenze e attività, distinguendosi per la sua fede e la sua carità. Nell’Azione Cattolica e nella San Vincenzo, ad esempio, dove in particolar modo si modella in lui lo stile del «farsi tutto a tutti” che finirà per contraddistinguere tutta la sua vita.

Laureato in giurisprudenza nel 1938, dall’anno successivo diventa assistente della cattedra di Diritto amministrativo all’Università di Torino. Nel 1939 vince anche i Littoriali di Trieste, una gara di abilità oratoria e di preparazione culturale, in cui discute una tesi sulla pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza. A seguito di questa nomina, scrive articoli giuridici e sociali su temi dell’epoca, nel giornale universitario «Libro e Moschetto» e sulla rivista «Civiltà Fascista» e tiene conferenze in tutta Italia. Si sforza di cogliere nel fascismo elementi  compatibili con il Vangelo. Ciò si mostrerà una illusione, ma è da apprezzare il suo impegno di presenza cristiana nella società e nella cultura  del tempo. È chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista e membro e primo segretario all’Ufficio Studi e Legislazione presso Palazzo Littorio, dove opera per effettivamente per circa otto mesi.

Tutto questo fervore di attività culturale e politica non riesce a spegnere il suo impegno caritativo e di condivisione: durante il suo soggiorno torinese, ad esempio, lo vedono impegnato a fianco della gioventù sbandata e accanto ai poveri del Cottolengo.

Nel febbraio 1941 si arruola volontario e in seguito parte per la Russia: ufficiale degli alpini, ma con uno stile tutto suo di cameratismo e di servizio, che lo porta durante la disastrosa ritirata a rallentare la sua marcia per soccorrere i feriti e gli assiderati, anche a rischio della sua stessa vita.

Sua specialità è l’assistenza spirituale ai moribondi e, come già sulle rive del Don commentava il vangelo ai soldati, così ora, nella steppa, consola ed assiste nei momenti estremi i soldati che il freddo e la malattia decimano sotto la tormenta di neve. 

Il suo rientro fortunoso in Italia segna la rottura definitiva con l’ideologia fascista, di cui ha conosciuto le aberrazioni e le conseguenze nefaste: abbandona ogni forma di collaborazione, anche culturale, con il regime e il 9 settembre 1943 è fatto prigioniero dai tedeschi. Rinchiuso prima a Innsbruck e poi in altri campi, il 20 ottobre riesce ad evadere e ritornare in Italia, dopo una lunga fuga solitaria.

Partecipa alle attività della Resistenza cattolica, senza però partecipare attivamente ad operazioni belliche.  La sua è una rivolta morale, per promuovere la quale nel febbraio del 1944 fonda il giornale «Il Ribelle», attraverso il quale diffonde un umanesimo cristiano, contrario all’ideologia nazista. Mediante alcuni scritti, elabora programmi di ricostruzione della società dopo la tragedia del fascismo e della guerra.

Il 27 aprile del 1944, Teresio Olivelli è arrestato a Milano in quanto esponente di spicco delle associazioni cattoliche milanesi, ritenute ostili ai nazifascisti e collaboratrici dei partigiani. A San Vittore comincia il calvario delle torture, che continuano nel campo di Fossoli. L'11 luglio 1944 il suo nome viene inserito in una lista di 70 prigionieri da fucilare, ma riesce a sottrarvisi, nascondendosi nel campo. Nuovamente catturato, è quindi trasferito nel campo di Gries (Bolzano): sulla sua casacca ora, oltre al triangolo rosso dei “politici”, c'è anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri che hanno tentato la fuga e che devono subire un trattamento particolare.

È trasferito a Flossenburg, in Baviera e infine a Hersbruck, dove si prende cura dei compagni, tentando di alleggerirne le sofferenze, di curarne le ferite, di aiutarli a sopravvivere privandosi delle proprie scarse razioni alimentari. Svolge un invidiabile ruolo di “supplenza sacerdotale”, al punto che molti sopravvissuti hanno riconosciuto di aver avuto salva la vita unicamente grazie al conforto e al sostegno da lui ricevuti.

Ormai deperito e reso l’ombra di se stesso, nei giorni di Natale assiste sul letto di morte Odoardo Focherini (oggi Beato). Muore alcuni giorni dopo, il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute da un kapò, mentre cerca di fare scudo con il proprio corpo ad un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato. 

Il suo corpo è bruciato nel forno crematorio di Hersbruck, ma la Chiesa di Vigevano ne ha promosso la causa di beatificazione, già conclusasi a livello diocesano nel 1989. Dopo un percorso che aveva visto percorrere inizialmente la via del riconoscimento delle virtù eroiche, autorizzate col decreto del 14 dicembre 2015, Teresio è stato infine riconosciuto martire con un nuovo decreto che, il 16 giugno 2017, ha aperto la via alla sua beatificazione.

Autore: Gianpiero Pettiti
 
 



I martiri sotto il nazismo

Alla grande strage programmata dai tedeschi di Hitler contro il popolo ebraico va unito il sacrificio di tante figure di sacerdoti, religiosi e laici, che spesero la loro vita nell’aiuto concreto ai perseguitati di quel triste periodo della storia d’Europa.

Alcuni sono già stati elevati agli onori degli altari, ma tanti altri sono avviati al riconoscimento ufficiale del loro martirio e della loro santità nello stesso contesto storico. È il caso, ad esempio, di Teresio Olivelli.

Infanzia e adolescenza

Teresio nacque a Bellagio, in provincia e diocesi di Como, il 7 gennaio 1916, figlio di Domenico Olivelli e Clelia Invernizzi. Trascorse la sua fanciullezza tra Carugo Brianza e Zeme Lomellina (Pavia), ricevendo un’educazione profondamente cristiana dai genitori e dallo zio don Rocco Invernizzi. 

A 10 anni, nel 1926, la famiglia si trasferì a Mortara in provincia di Pavia, dove Teresio frequentò il ginnasio, appassionandosi al latino. La sua adolescenza lo rivelò pieno di vitalità e capace di non aver paura di niente e di nessuno. 

Professava con ardore l’amore per Gesù, infischiandosene di chi lo derideva. La sua fede era cristallina: ogni settimana si accostava al sacramento della Confessione e riceveva quotidianamente la Comunione nella parrocchia di San Lorenzo. Meditava ogni giorno la Parola di Dio sui Vangeli e sul testo dell’ «Imitazione di Cristo». 

Giovane liceale a Vigevano

Al liceo di Vigevano (Pavia) si distinse tra i coetanei per intelligenza e maturità. Sedicenne, s’impegnò nell’Azione Cattolica, colloquiando fraternamente con tutti: partecipò a molte conferenze su temi religiosi e sociali e ne organizzò lui stesso. Quando, nel 1931, vennero chiusi con forza i circoli dell’Azione Cattolica, il giovane Teresio si infiammò tutto contro il regime fascista, affermando: «O Mussolini cambia rotta o la cambiamo noi!».

Facendo riferimento agli apostoli Giacomo e Giovanni, chiamati da Gesù “figli del tuono” per il loro carattere zelante ed impetuoso, affermava spesso che, essendo lui nato e battezzato nella parrocchia di San Giacomo, doveva diventare anch’egli “figlio del tuono”.

All’università di Pavia

A 18 anni era un giovane sicuro di sé, alto e slanciato, dalla fede salda, in altre parole un cattolico convinto e credibile. S’iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, alloggiando al Collegio Universitario Ghislieri (fondato da san Pio V): lo frequentò dal 1934 al 1938, anno in cui si laureò con il massimo dei voti. 

In quegli anni a Pavia, Teresio si conquistò l’affetto dei professori e dei compagni di studi, per la sua generosità e lo spirito di sacrificio, per la devozione con cui pregava durante la Messa e con cui si poneva in adorazione davanti all’Eucaristia. Lui, così allegro e colto, s’immergeva in lunghe e intense preghiere con il Rosario in mano, isolandosi da tutti: si meritò così, tra l’ammirato e lo scherzoso, il soprannome di “Padre Oliva” da parte dei compagni del collegio.

Come socio della Fuci, s’impegnò a portare i valori evangelici nei diversi ambienti sociali, specialmente nel mondo universitario.

La sua reazione alla guerra civile spagnola

Nel 1936 scoppiò la guerra civile in Spagna: la Chiesa subì una delle più feroci persecuzioni dell’epoca moderna, con migliaia di sacerdoti, religiosi e laici cattolici, uccisi dalle milizie rivoluzionarie comuniste e anarchiche.

Teresio, ormai ventenne, si propose subito come volontario per combattere i senza-Dio. Allo zio sacerdote don Rocco, scrisse: «La gioventù o è eroica o è miserabile. L’uomo all’idea non può dare mezze misure di sé stesso, dà tutto. Quando poi Cristo è l’Ideale che ci sospinge, credo che il dovere si attui nell’amore totalitario a Lui e debba essere consumato sino all’ultima stilla. O la fede è vissuta come conquista oppure è anemia di invertebrati. Nella cattolica Spagna, si combatte il Divino in noi, per vincere l’anti-Cristo, negazione dell’uomo e del Cristo. L’avvenire non appartiene ai molli. La vita è perfetta quando è perfetto amore». 

I suoi familiari gl’impedirono di partire, ma da quel momento Teresio, pur continuando gli studi, si votò alla preghiera e all’offerta di sé, affinché Cristo trionfasse non solo in Spagna ma anche in Russia in preda al bolscevismo ateo.

Assistente universitario a Torino

Quasi subito dopo la laurea, ebbe l’incarico di assistente alla Cattedra di Diritto Amministrativo nell’Università di Torino. Durante la sua permanenza in quella città, s’impegnò anche a portare sulla retta strada giovani sbandati e si occupò dei poveri del Cottolengo. Fu per lui un periodo di intenso lavoro, di studi e di ricerca su temi giuridici e sociali.

I rapporti col fascismo

Partecipò alla vita culturale ispirata dal regime imperante, ma del fascismo non accettò mai la violenza, la sopraffazione, il culto della razza: il suo ideale era lo stare dentro alla società e alle istituzioni dell’epoca, per cristianizzarle.

Era il momento in cui gran parte del mondo cattolico credeva che fosse possibile applicare i principi cristiani al fascismo. Teresio, quindi, operò con lo scopo ambizioso di staccare il più possibile il regime dal nazionalsocialismo tedesco. 

Vinse i «Littorali della Cultura» di Trieste (gare di abilità oratoria e di preparazione culturale), sostenendo la tesi che fonda la pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza. Scrisse poi articoli giuridici e sociali nel giornale universitario «Libro e Moschetto» e sulla rivista «Civiltà Fascista». Infine fu nominato Littore e segretario dell’Istituto di Cultura Fascista e membro e primo segretario all’Ufficio Studi e Legislazione presso Palazzo Littorio.

A Berlino

Nel 1939 e nel 1941, per motivi di studio, soggiornò a Berlino. In quel periodo venne in contatto con la cultura e la politica di mezza Europa, a Praga, Berlino, Vienna e poi a Roma presso l’Istituto Nazionale di Cultura. 

Grazie alla sua intelligenza, scoprì ben presto la realtà che lo circondava e l’odio delle opposte ideologie, che sviluppava violenza in ogni senso. Apprese con angoscia le notizie di occupazione di varie nazioni da parte dei nazisti: era ormai scoppiata la seconda guerra mondiale.

In guerra tra gli Alpini

A giugno 1940, anche l’Italia entrò in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Teresio intanto era stato chiamato al servizio militare: rifiutò l’esonero per stare accanto ai soldati. Nel 1940 fu nominato ufficiale degli Alpini e chiese di andare volontario nella guerra di Russia. 

Il 10 settembre si trovò in prima linea: pur trovandosi a capo della 31ª Batteria, condivise senza privilegi i pericoli e le sofferenze dei suoi soldati. Forniva loro aiuti di ogni genere: in breve, appariva per loro come un fratello maggiore più che un superiore di grado.

Nella ritirata di Russia

Nel Natale del 1942, durante il tremendo inverno russo sulle rive del Don, leggeva e commentava il Vangelo ai soldati. Gli riuscì finalmente di confessarsi e fare la Comunione, partecipando alla Messa da campo.

Durante la disastrosa ritirata delle truppe italiane dell’VIII Armata, male equipaggiate per quel gelo e attaccate dai russi, il sottotenente Olivelli si prodigò per i feriti e congelati: confortò i disperati e assistette i moribondi, rivelando le sue virtù umane e cristiane. Spesso si attardava nella marcia per soccorrere i caduti, incurante del grave pericolo. Percorse in queste condizioni spaventose duemila chilometri a piedi. 

Il ritorno in Italia

Teresio ritornò in Italia con i superstiti nel marzo del 1943, profondamente segnato nel suo spirito e sempre più desideroso di donare tutto sé stesso agli altri, specie se sofferenti. La sua prima occupazione fu informare le famiglie sulla sorte dei soldati, per lettera o personalmente, interessandosi anche dei prigionieri.

Qualche mese dopo, a soli 27 anni, vinse il concorso di Rettore al collegio Ghislieri di Pavia. La carica durò pochi mesi, perché a luglio 1943 fu richiamato di nuovo sotto le armi nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina, di stanza a Vipiteno. 

La cattura e la fuga

Di lì a poco, dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia si trovò invasa dai tedeschi. Teresio, che amava profondamente la sua patria, rifiutò di consegnarsi alle truppe di Hitler, per non rendersi complice della loro occupazione. Di conseguenza, il 9 settembre 1943, fu catturato e rinchiuso in un campo di prigionia a Innsbruck. Indomito, tentò la fuga prima da Hall, la seconda volta da Regensburg, ma senza esito. Solo al terzo tentativo, nella notte fra il 20 e il 21 ottobre, riuscì a scappare dal campo di Markt Pongau.

Dopo una lunga ed estenuante marcia raggiunse l’Italia, trovando rifugio presso la famiglia Ariis di Udine. Recuperò la salute, ma ormai era un clandestino. Si mise dunque in contatto con la Resistenza cattolica del Bresciano: col nome di battaglia di Agostino Gracchi, ricevette l’incarico di mantenere i collegamenti fra i partigiani di Cremona e Brescia.

La fondazione de «Il Ribelle»

Convinto che la ricostruzione dell’Italia non sarebbe stata possibile senza il completo recupero dei valori cristiani, si preoccupò di diffondere la necessità della ribellione delle coscienze e delle menti più che delle armi.

Per questo scopo fondò, all’inizio del 1944, «Il Ribelle», foglio clandestino di collegamento tra i partigiani d’ispirazione cattolica, il cui primo numero uscì il 5 marzo. Sul giornale pubblicò l’articolo «Ribelli», manifesto della rivolta morale contro il fascismo e il suo tempo, e una preghiera, comunemente detta «Preghiera del Ribelle», considerata la più alta testimonianza spirituale di tutta la Resistenza in ambito cattolico (riportata a fine scheda).

Il nuovo arresto e la deportazione

Il 27 aprile 1944 fu arrestato a Milano dalla polizia fascista e rinchiuso nel carcere di San Vittore, dove subì percosse e torture fino all’8 giugno, quando fu inviato nel campo di concentramento di Fossoli vicino Modena, da dove cercò di fuggire, scampando fortunosamente alla fucilazione.

Nell’agosto 1944 fu deportato nel lager di Gries (Bolzano) e sulla sua casacca venne applicato, oltre al triangolo rosso dei prigionieri politici, anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri fuggitivi, che bisognava sorvegliare di più. 

Anche a Gries tentò la fuga, rifugiandosi in un magazzino, dove restò nascosto per circa un mese. Scoperto, fu selvaggiamente percosso e nel settembre 1944 trasferito a Flossenburg in Baviera. 

Carità e “supplenza sacerdotale” 

Le condizioni di vita divennero insopportabili, ma Teresio non si arrese: la sua fede e la sua carità si contrapposero all’odio e alla violenza degli aguzzini. Affrontava le SS parlando perfettamente il tedesco, per far risparmiare agli altri le punizioni, a volte subendole lui al loro posto. Di sera organizzava la recita del Rosario e, più in generale, svolse un ruolo di “supplenza sacerdotale”, ossia di assistenza religiosa.

Dopo 40 giorni dall’arrivo, fu mandato insieme ad altri nel campo satellite di Hersbruck. I prigionieri superstiti lo ricordarono in seguito per la sua serenità e coraggio, per la solidarietà verso i detenuti più esposti: si ridusse allo stremo delle forze, per le tante percosse e torture subite.

Assistette il suo amico Odoardo Focherini, originario di Carpi, internato per la sua opera di soccorso agli ebrei e costretto al ricovero in infermeria per una grave ferita alla gamba. Fece in tempo a raccogliere le sue ultime parole, prima che lui morisse il 27 dicembre 1944; è Beato dal 2013.

La morte

Ai primi di gennaio 1945, mentre Teresio faceva da scudo con il suo corpo emaciato e piagato ad un giovane ucraino percosso ingiustamente, il capoblocco irritato gli sferrò un violento calcio al ventre, cui seguirono venticinque bastonate.

Ricoverato nell’infermeria del campo di Hersbruck, rimase lucido e orante fino all’ultimo. Morì il 17 gennaio 1945, a 29 anni, dopo aver donato gli ultimi indumenti integri a un amico.

L’inizio della causa di beatificazione

Ai riconoscimenti civili, come la Medaglia d’oro al valor militare, conferita il 25 aprile 1953, si è sempre accompagnata una diffusa fama di santità circa la figura di Teresio Olivelli. Dopo le fasi preliminari di raccolta di documenti e ricerca dei testimoni sopravvissuti, è stata istruita l’inchiesta diocesana.

Dopo aver ottenuto l’autorizzazione al trasferimento del processo dalla diocesi di Bamberga (nel cui territorio si trova Hersbruck) a quella di Vigevano (in cui Teresio aveva passato due terzi della sua vita), si poté procedere con l’avvio del processo diocesano. La prima sessione si svolse il 29 marzo 1987, mentre l’ultima fu celebrata il 16 settembre 1989.

Una causa “a doppio binario”

La “Positio” fu completata nel 2007, ma l’allora postulatore presentò un duplice apparato probatorio o “Informatio”: uno mirato a dimostrare le virtù eroiche, l’altro a comprovare la morte in odio alla fede. La Congregazione delle Cause dei Santi notificò quindi che si doveva proseguire sulla strada delle virtù, in quanto più ricca di elementi probatori. 

Nel 2011, dopo alcune modifiche tecnico-redazionali, venne data alle stampe la “Positio”, che il 24 maggio 2011 il Congresso peculiare dei periti storici approvò all’unanimità.

Il 14 settembre 2012, il postulatore domandò di cambiare l’indirizzo della causa: in conseguenza di ciò, il 21 luglio 2013 venne presentata una suppletiva “Positio super martyrio”.

Il 17 dicembre 2013 i Consultori teologi discussero entrambe le vie e affermarono che, non essendo sufficientemente dimostrabile che i persecutori avessero agito in odio alla fede, bisognasse proseguire per verificare l’eroicità delle virtù. Tuttavia, la postulazione dovette produrre alcuni Chiarimenti circa alcuni aspetti apparentemente controversi della vita di Olivelli.

Nel dicembre 2014, la causa fu nuovamente esaminata dai consultori teologi, in questo caso positivamente. Un anno dopo, il 1° dicembre 2015, la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi si pronunciò favorevolmente circa l’esercizio, in grado eroico, delle virtù cristiane da parte del Servo di Dio.

Infine, il 14 dicembre 2015, papa Francesco autorizzò la Congregazione a promulgare il decreto con cui Teresio Olivelli veniva dichiarato Venerabile.

Alla fine, riconosciuto martire

La strada del riconoscimento del martirio è stata però ripresa nel 2016, con un attento lavoro da parte della postulazione, per rispondere puntualmente ai rilievi espressi dai consultori teologi e precisare le circostanze martiriali.

Un nuovo Congresso dei Consultori Teologi, il 7 marzo 2017, ha quindi esaminato le nuove prove, pronunciandosi positivamente. Anche i Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, il 6 giugno seguente, si sono dichiarati favorevoli al riconoscimento della morte in odio alla fede di Olivelli.

Il 16 giugno 2017, dunque, papa Francesco ha dato il suo assenso alla promulgazione del decreto con cui, ufficialmente e definitivamente, Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata fissata al 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.

Signore facci liberi (Preghiera del ribelle)

SIGNORE che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo oneroso e crudele che in noi e prima di noi, ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.

DIO, che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi Ti preghiamo Signore.

TU che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.

NELLA tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.

SE cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

TU che dicesti: “Io sono la risurrezione e la vita” rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.

SUI monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni,

noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

DIO della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

Note: Sito ufficiale: www.teresioolivelli.com



Promulgato decreto sul martirio di Teresio Olivelli


Tra i Decreti Promulgati oggi dalla Congregazione per le Cause dei Santi, ce n’è uno riguardante un martirio, quello di Teresio Olivelli, della diocesi di Vigevano, in provincia di Pavia, in Lombardia. Pietro Cocco:

Nome poco noto ai più, Teresio Olivelli è invece un testimone a tutto tondo delle fede e della carità cristiane, vissute come baluardo contro le ideologie dell’odio e del disprezzo dell’altro. A causa di questa sua testimonianza morì a seguito delle percosse dei suoi carcerieri, nel campo di concentramento di Hersbruck in Germania, il 17 gennaio 1945, a 29 anni.

Nato nel 1916 a Bellagio, in provincia di Como, trasferitosi poi a Mortara (Pavia), diocesi di Vigevano, Olivelli si laureò in giurisprudenza presso l’università di Pavia, e questa sua formazione lo orientò sempre nell’impegno per la libertà e la giustizia. Visse in prima persona l’ascesa del fascismo, illudendosi in un primo tempo di poterlo cristianizzare, ma rendendosi poi conto dell’incompatibilità coi valori cristiani.

Partecipò attivamente sia all’Azione Cattolica e poi alla Federazione Universitaria Cattolici Italiani, la Fuci, dedicandosi a numerose opere caritative a favore dei poveri, dei malati, degli anziani. Opere di misericordia che egli praticò tenacemente anche in tempo di guerra, quando si trovò sul fronte russo e nella tragica ritirata; e poi ancora dopo l’8 settembre 1943, quando viene arrestato una prima volta a causa del suo rifiuto di collaborare con i nazifascisti per fedeltà al Vangelo.

In quell’occasione Olivelli riuscì a fuggire e si unì per cinque mesi alla resistenza cattolica, non con un ruolo militare, operando tra Brescia, Milano e Cremona. Si impegnò nella formazione e diffusione dei valori morali della rivolta, primo fra tutti la carità cristiana, l’amore del prossimo per costruire la civiltà dell’amore, contrapposta a quella dell’odio propugnata dai nazifascisti.

Sua la famosa ‘Signore facci liberi’, nota come la Preghiera del Ribelle. Ormai considerato tra i peggiori nemici del regime, proprio per il suo impegno di formazione delle coscienze, come cattolico di primo piano, punto di riferimento della FUCI di Milano, Olivelli venne arrestato a Milano il 27 aprile 1944. Fu trasferito dapprima nel campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi, poi trasferito nei lager di Bolzano-Gries, Flossenbürg e Hersbruck.

Di fronte all’esplicita volontà di annientamento fisico e spirituale, sottoposto a brutali percosse, nei mesi che precedettero la sua morte non smise mai, neppure nel campo di concentramento, di prendersi cura dei malati, di quanti erano abbandonati a se stessi e alla morte, facendo anche pregare di nascosto e organizzando riunioni di lettura del Vangelo.

Nella sua preghiera del ribelle si legge tra l’altro: “Facci liberi e intensi; se cadremo, fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente, a crescere al mondo giustizia e carità”.



lundi 15 janvier 2018

Bienheureux NIKOLAUS GROß, martyr


Nikolaus Groß mit Ehefrau Elisabeth, Tag der Verlobung (1912) aus: Archiv Bistum Essen

Bienheureux Nicolas Gross

Martyr victime du nazisme ( 1945)

Béatifié le 7 octobre 2001, Nikolaus Groß (1898-1945), mineur puis rédacteur allemand, père de sept enfants, ouvertement hostile au nazisme, arrêté et pendu à Berlin.

"Nikolaus Gross, journaliste et père de famille comprit avec sagacité que l'idéologie national-socialiste ne pouvait pas s'accorder avec la foi chrétienne. Il prit courageusement la plume pour défendre la dignité des personnes. Nikolaus Gross aimait beaucoup sa femme et ses enfants. Toutefois, à aucun moment le lien qui l'unissait à sa famille ne lui fit abandonner le Christ et son Eglise. Il savait bien que 'si aujourd'hui nous n'engageons pas notre vie, comment pourrons-nous ensuite prétendre nous trouver aux côtés de Dieu et de notre peuple'." Homélie de Jean-Paul II 
Biographie en anglais, site du Vatican - Nikolaus Gross (1898-1945) 

À Berlin, en 1945, le bienheureux Nicolas Gross, martyr. Père de famille, profondément attentif à la vie sociale, il s’opposa de toute façon au régime nazi, oppresseur de la dignité humaine et de la religion, pour n’agir en rien contre le commandement de Dieu. Il fut pour cela jeté en prison et exécuté par pendaison. 
Martyrologe romain
"Le juste vivra par sa fidélité" (Ha 2, 4)



Nikolaus-Groß-Haus, Domplatz 2a, Hattingen-Niederwenigern

Le  Bienheureux  Nikolaus  Gross

le samedi, 01 mars 2014. Publié dans Saints & Bienheureux

PÈRE DE FAMILLE, ÉPOUX ET CITOYEN EXEMPLAIRE

Martyr de la méchanceté des athées d’Hitler en 1945
Nikolaus (Nicolas) Gross naît le 30 septembre 1898 à Niederwenigern, petit village de la grande banlieue d'Essen, en Allemagne. Il est d'abord ouvrier dans un laminoir, puis mineur. Il travaille cinq ans sous terre, mais il s'efforce de poursuivre en même temps son instruction.
En 1917, il adhère à un syndicat: l'«Union des mineurs chrétiens» et en 1918 au parti centriste (Parti politique catholique).
En 1919 il entre dans l'«Association des mineurs de saint Antoine» (KAB), mouvement important qui permet aux catholiques de faire entendre leur voix. A 22 ans il en devient le secrétaire pour la section jeunes, ainsi que rédacteur-adjoint du journal de ce syndicat: Bergknappe (Le mineur). Entretemps il se marie avec Elizabeth Koch, mariage très heureux, dont il aura 7 enfants.
Il aime passionnément sa famille, mais cela ne le distrait pas des grands problèmes sociaux. En 1917, il est rédacteur-adjoint du journal des travailleurs de l'Ouest de l'Allemagne. En 1930 il en devient le rédacteur en chef. Il peut ainsi guider les catholiques sur les questions sociales. Il prend conscience que les problèmes sociaux ne peuvent être résolus sans un effort spirituel et que la politique exige un contrôle moral. Bien qu'il n'ait pas un grand talent d'orateur à cause de son peu d'études, il parle avec une grande chaleur de cœur et une grande force de conviction.
Dès 1929, lorsqu'il se rend à la Maison Ketteler, à Cologne, il a une claire opinion sur le Nazisme montant. Il part de l'idée principale de Mgr Ketteler (1811-1877), évêque «social», qui affirme: «Une réforme des conditions de vie ne peut se réaliser pleinement que dans une réforme des attitudes». Ainsi voit-il dans le succès du nazisme un signe que la société manque de discernement et fait preuve d'«immaturité politique». La pensée qui le guide est que l'«on doit obéir à Dieu plutôt qu'aux hommes» et même, que la désobéissance est un devoir lorsqu'on nous demande quelque chose contre Dieu ou la foi.
Dès le début il voit dans les nazis «les ennemis mortels de l'état actuel» et c'est pourquoi, dit-il, «en tant que travailleurs chrétiens nous rejetons le nazisme définitivement, résolument et clairement» (1930). Aussi, dès la prise de pouvoir par Hitler en 1933, son journal est déclaré «hostile à l'État». Désormais, il doit s'ingénier à écrire entre les lignes. Finalement le journal est supprimé en 1938. Pendant les années de guerre, Nicolas Gross continue son action dans un réseau de résistance et souvent il se fait agent de liaison entre les réseaux. Il soutient les valeurs de l'Évangile et la force critique de la foi parmi les travailleurs.
Le journal étant disparu, il écrit une série de petits pamphlets. En 1940, la Gestapo saisit deux d'entre eux et dès lors, ce sont des perquisitions policières constantes à domicile. Il est au courant de l'attentat préparé par Stauffenberg contre Hitler. Il a assisté à l'une des réunions mais il n'a pas pris part ni à sa préparation, ni à son exécution. La veille de l'attentat du 20 juillet 1944, l'aumônier des travailleurs lui dit: «M. Gross, rappelez-vous que vous avez 7 enfants. Moi je n'ai pas de famille. Votre vie est en jeu.» A quoi il répond: «Si nous ne risquons pas notre vie aujourd'hui, comment voulons-nous nous justifier un jour devant Dieu et notre peuple?»
A la suite de cet attentat, il y a une vague de 7000 arrestations dont 5000 exécutions. Nikolaus Gross est arrêté le 12 août et emprisonné à Ravensbrück, puis à Berlin-Tegel où sa femme, qui vient le voir deux fois, remarque des traces de torture sur ses bras. Le 15 janvier 1945, il est condamné à mort. Le juge déclare: «Il n'a pas arrêté de nager dans la trahison et conséquemment il doit y plonger.» Le jour de l'exécution, le 23 janvier, l'aumônier qui lui donne une bénédiction finale témoigne: «Son visage semblait déjà illuminé par la gloire dans laquelle il allait bientôt entrer.» Il est pendu à Berlin-Plotzensee et les Nazis qui ne veulent pas de martyrs brûlent son corps, et ses cendres sont dispersées dans la nature. Il a été béatifié le 7 octobre 2001 par le Pape Jean-Paul II.
Pratique: Quand la foi et la vérité sont en jeu, il faut obéir à Dieu plutôt qu'aux hommes.

SOURCE : http://www.versdemain.org/articles/eglise-catholique-romaine/item/le-bienheureux-nikolaus-gross

Il est journaliste, il résiste au nazisme, il le paye de sa vie

Sa force, la prière continuelle

Le martyrologe romain fait aujourd’hui mémoire d’un bienheureux père de sept enfants, syndicaliste et journaliste allemand, Nikolaus Gross (1898-1945), mort martyr pour avoir résisté à Hitler.
Il a été béatifié par le pape Jean-Paul II le 7 octobre 2001 à Rome. Il a puisé dans sa foi la force d’opposer une résistance héroïque à Hitler, jusqu’à le payer de sa vie, c’est pourquoi il a été proclamé martyr.
Il était né à Niederwenigern, à la limite de la Rhénanie et de la Westphalie. Et il avait été mineur avant de devenir rédacteur du journal des travailleurs, le « Westdeutsche Arbeiterzeitung ».
Son opposition à l’idéologie nazie était ouverte. Il ne cessait de défendre les valeurs de la famille chrétienne: elle constitue, disait-il, le meilleur rempart contre le national-socialisme. Ses articles et ses discours enflammés témoignaient d’un rare courage pour dénoncer la perversion du régime.
Déjà, en 1930, il écrivait: « Nous, travailleurs catholiques, nous refusons le national-socialisme, pas seulement pour des motifs politiques et écnomiques, mais aussi en raison de notre attitude religieuse et culturelle, de façon claire et décidée. »
C’est au lendemain de l’attentat manqué contre Adolf Hitler du 20 juillet 1944 qu’il fut arrêté, le 12 août, chez lui, vers midi, puis il fut emprisonné à la prison de Ravensbrück et ensuite à la prison de Tegel à Berlin. Il n’avait pas participé aux préparatifs mais il fréquentait des personnes engagées dans le projet.
A un prêtre qui lui rappelait qu’il était père de sept enfants et que par son opposition, il risquait sa vie, il avait répondu: « Si aujourd’hui, nous n’engageons pas notre vie, comment voulons-nous surmonter notre épreuve devant Dieu et devant notre peuple? »
Sa femme, Elisabeth, lui rendit visite en prison à Berlin, deux fois. Elle constata sur ses mains et ses bras de signes évidents de torture. 
Mais lui-même réussit à écrire 29 lettres en prison. Elles témoignent de sa confiance en Dieu et de sa prière continuelle, source de sa force intérieure. Il demande à sa femme et à ses enfants de prier continuellement comme lui-même le fait chaque jour pur sa famille.
Sa fête est célébrée le 15 janvier, parce que c’est le 15 janvier 1945 que le président du tribunal, Roland Freisler, l’a condamné à la peine capitale par pendaison, pour haute-trahison. Il fut pendu dans l’après-midi du 23 janvier 1945. Il avait 46 ans. Son corps fut brûlé et ses cendres dispersées sur la terre gelée de janvier.
L’aumônier de la prison, le P. Buchholz, lui avait donné sa bénédiction de façon cachée. Il raconte: « Gross a baissé la tête en silence. Son visage semblait déjà illuminé par la splendeur qui allait l’accueillir .»
Dans son homélie de la messe de béatification, Jean-Paul II l’a évoqué en ces termes: « Nikolaus Gross comprit avec sagacité que l’idéologie national-socialiste ne pouvait pas s’accorder avec la foi chrétienne. Il prit courageusement la plume pour défendre la dignité des personnes. Nikolaus Gross aimait beaucoup sa femme et ses enfants. Toutefois, à aucun moment le lien qui l’unissait à sa famille ne lui fit abandonner le Christ et son Eglise.(…) Il fut conduit à l’échafaud, mais les portes du ciel s’ouvrirent à lui. Dans le bienheureux martyr Nikolaus Gross se réalisa ce qu’avait prédit le prophète:  « Le juste vivra par sa fidélité » (Ha 2, 4). »

SOURCE : https://fr.zenit.org/articles/il-est-journaliste-il-resiste-au-nazisme-il-le-paye-de-sa-vie/


(1898-1945) 

On Sunday, 7 October, the Holy Father will beatify Nikolaus Gross, layman, father of seven children, union activist, newspaper editor, and martyr.

Nikolaus Gross was born on 30 September 1898 of a colliery blacksmith in Niederwenigern, near the city of Essen, and attended the local Catholic school from 1905-12. He then worked initially in a plate rolling mill, then as a grinder and later as a face-worker in a coal mine. He worked underground for five years.

In his limited spare time, he continued his higher education. In 1917, he joined the Christian Miners' Trade Union. In 1918 he joined the Centre Party (the Catholic political party). In 1919 he joined the St Anthony's Miners Association (Antonius Knappenverein KAB) in Niederwenigern. It was the major Catholic union for the Catholic miners and a major Catholic voice. At the age of 22 he became secretary for young people in the union. A year later he became assistant editor of the union newspaper Bergknappe ("The Miner"). His work with the union took him around Germany until he finally settled in Bottrop in the Ruhr Valley, in what is now the Diocese of Essen.

In the meantime, he married Elizabeth Koch from Niederwenigern. They had seven children in the course of their happy marriage. He loved his family above everything and was an exemplary father in his responsibility for their education and upbringing in the faith. Gross did not withdraw into the shell of family life. He remained attuned to the great social problems, precisely in his responsibility for his family. Work and social obligations were the place in which he realized his Christian mission. In his doctrine of faith written in 1943 he wrote:  "The majority of great achievements come into being through the daily performance of one's duties in the little things of everyday routine. Our special love here is always for the poor and the sick".

At the beginning of 1927, he became assistant editor of the Westdeutsche Arbeiterzeitung(West German Workers' Newspaper), the organ of the St Anthony's Miners' Association (KAB) and soon became its editor-in-chief. Here he was able to give Catholic workers guidance on social and labour questions. In the course of time, it became clear to him that the political challenges contained a moral claim and that the social problems cannot be solved without spiritual efforts.

The editor became a messenger who bore witness to his faith here too. When he moved in this capacity to the Ketteler House in Cologne, in 1929, he already had a clear opinion about approaching Nazism. Starting out from Bishop Ketteler's main idea that a reform of the conditions in society can only be achieved by a reform in attitude, he saw in the Nazis' success in society:  "political immaturity" and "a lack of discernment". Already at that time he called the Nazis "mortal enemies of the present state". As editor of the organ of the KAB, on 14 September 1930, he wrote:  "As Catholic workers we reject Nazism not only for political and economic reasons, but decisively also, resolutely and clearly, on account of our religious and cultural attitude".

Already a few months after Hitler's seizure of power, the leader of the German Labour Front, Robert Ley, called the KAB's Westdeutsche Arbeiterzeitung "hostile to the state". In the following period, Gross attempted to save the newspaper from destruction without making concessions on its content. From then on he knew how to write between the lines. In November 1938 came the final ban on the workers' newspaper which, in the meantime, had been renamed Kettelerwacht (Ketteler's Watch).

Gross, who had to work very hard for his education was no great orator. But he spoke convincingly, warm-heartedly and with power of persuasion. The fact that Nikolaus Gross joined the resistance in Germany resulted from his Catholic religious conviction. For him the key was "that one must obey God more than men". "If something is demanded of us that goes against God or the Faith, then not only may we, but we must, refuse obedience (towards men)" Thus wrote Nikolaus Gross in 1943 in his doctrine of faith. It was becoming ever clearer to him that Germany had reached this state under the Hitler regime.

Gross set down his joint thoughts in two writings which later fell into the hands of the Gestapo:  The Great Tasks and Is Germany Lost? They were to contribute towards his execution.

In 1940, Gross had to endure interrogations and house searches. After the ban on the association's newspaper, he published a series of small pamphlets which were intended to help strengthen the critical force of faith and Gospel values among workers. We find an answer for the reasons which motivated someone like Nikolaus Gross in the memoirs of the well-known, workers' chaplain, Msgr Caspar Schulte of Paderborn. There we read:  "In my many conversations, especially with Nikolaus Gross and the association's head, Otto Müller, I got to know and admire these men's moral greatness. They did not stumble into death. They went their way also prepared to bear a painful death for the sake of freedom. I said to Nikolaus Gross on the day before the assassination attempt on Hitler of 20 July 1944:  "Mr Gross, remember that you have seven children. I have no family for which I am responsible. It's a matter of your life'. To which Gross made a really great statement to me:  "If we do not risk our life today, how do we then want one day to justify ourselves before God and our people?'". In 1943, Gross wrote in a booklet, what was almost a prophecy:  "Sometimes, my heart becomes heavy and the task appears insoluble if I measure my own human imperfection and inadequacy against the greatness of the obligation and the weight of the responsibility. If a generation must pay the highest price, death, for its short life, we look for the answer in ourselves in vain. We find it only in Him in whose hand we are safe in life and in death. We never know what problems are waiting to test the power and strength of our souls.... Man's ways lie in obscurity. But even darkness is not without light. Hope and faith, which always hasten ahead of us, already have a presentiment of the breaking of a new dawn. If we know that the best thing in us, the soul, is immortal, then we also know that we shall meet each other again". What a testimony to a sense of responsibility, feeling for reality and assurance of faith! For Gross, trust in God was the foundation on which he did not falter. During the years of the war he formed a network of resistance to the Nazi's and he was often the currier between the centres of resistance. He was well informed of the plot to assassinate Hitler even though he took no part in its preparation and execution.

After the abortive assassination attempt on 20 July 1944, events came thick and fast. Gross, who was not himself involved in the preparation and execution of the plot, was arrested towards noon at his home on 12 August 1944 and taken first to the prison in Ravensbrück and then to the penitentiary in Berlin-Tegel. His wife, Elisabeth, came to Berlin twice to visit him. She reported clear signs of torture on his hand and arms. His letters from the prison and the witness of the chaplain, Fr Peter Buchholz, give impressive evidence that constant prayer was the source of strength in his difficult and, in the end, hopeless position. In every letter he never failed to request constant prayer from his wife and his children, just as he himself also prayed for his family each day.

On 15 January 1945, the death sentence was pronounced by the chairman of People's Court, Roland Freisler. His final remark in the court record and the real reason for the sentence:  "He swam along in treason and consequently had to drown in it!". He was hanged in Berlin-Plotzensee on 23 January 1945. The Nazis did not make any martyrs. They did not allow the hanged man to have a grave. For the followers of falsehood and hatred there was only brutal destruction.

But the testimony to truth and faith is not to be obliterated! It lives on in those who have gone before us as a shining example. The prison chaplain, Fr Peter Buchholz, who blessed the condemned man on his final walk, reported afterwards:  "Gross bowed his head silently during the blessing. His face already seemed illuminated by the glory into which he was getting ready to enter".

The rulers of that time refused to give him a Christian burial. His corpse was cremated and his ashes scattered across a sewage farm.



BEATIFICATION OF 7 SERVANTS OF GOD 

HOMILY OF JOHN PAUL II

Sunday 7 October 2001

1. "The just man shall live by faith" (Hb 2,4):  with these words full of confidence and hope the prophet Habakkuk spoke to the people of Israel at a particularly troubled moment of its history. Reread in the light of the mystery of Christ by the Apostle Paul, the Church can use the same words to express a universal principle:  it is by faith that man is open to the salvation that comes to him from God. 

Today we have the joy of contemplating this great mystery of salvation actualized in the new Blesseds. They are the just who by their faith live close to God in eternity:  Ignatius Maloyan, bishop and martyr; Nikolaus Gross, father of a family and martyr; Alfonso Maria Fusco, priest; Tommaso Maria Fusco, priest; Emilie Tavernier Gamelin, religious woman; Eugenia Picco, virgin; Maria Euthymia Üffing, virgin. These illustrious brothers and sisters, now elevated to the glory of the altars, knew how to translate their invincible faith in Christ into an extraordinary experience of love for God and service to their neighbour. 

2.
 Archbishop Ignatius Maloyan, who died a martyr when he was 46, reminds us of every Christian's spiritual combat, whose faith is exposed to the attacks of evil. It is in the Eucharist that he drew, day by day, the force necessary to accomplish his priestly ministry with generosity and passion, dedicating himself to preaching, to a pastoral life connected with the celebration of the sacraments and to the service of the neediest. Throughout his existence, he fully lived the words of St Paul:  "God has not given us a spirit of fear but a spirit of courage, of love and self control" (II Tim 1,14. 7). Before the dangers of persecution, Bl. Ignatius did not accept any compromise, declaring to those who were putting pressure on him, "It does not please God that I should deny Jesus my Saviour. To shed my blood for my faith is the strongest desire of my heart". May his example enlighten all those who today wish to be witnesses of the Gospel for the glory of God and for the salvation of their neighbour. 

3. In her life as mother of a family and religious foundress of the Sisters of Providence,
 Emilie Tavernier Gamelin was the model of a courageous abandonment to divine Providence. Her attention to persons and to situations led her to invent new forms of charity. She had a heart open to every kind of trouble, and she was especially the servant of the poor and the little ones, whom she wished to treat like kings. She remembered that she had received everything from the Lord and she wanted to give without counting the cost. This was the secret of her deep joy, even in adversity.

In a spirit of total confidence in God and with an acute sense of obedience, like the anonymous servant in the Gospel of today, she accomplished her duty which she considered a divine commandment, wishing above all to do the will of God in everything. May the new Blessed be a model of contemplation and action for the sisters of her institute and for the persons who work with them. 

4. Both of the new Blesseds from Germany lead us into the dark time of the twentieth century. Let us focus on
 Bl. Nikolaus Gross, journalist and father of a family. With the clear insight that the Nazi ideology was incompatible with Christian faith, he courageously took up his pen to plead for the dignity of human beings. Nikolaus loved his wife and children very much. However, the inner bond with his own family never allowed him to pull back from confessing Christ and his Church. It was clear to him, "If we do not risk our life today, how then do we want to justify ourselves one day before God and our people?". For this conviction he submitted to being hanged so that heaven itself might be opened to him. In the Blessed Martyr Nikolaus Gross was accomplished what the prophet foretold "The just man will live on account of his faith" (Hb 1,4). 

5. The
 Blessed Sr Euthymia offered another kind of witness. The Clemens Sister dedicated herself tirelessly to the care of the sick, particularly, of the prisoners of war and of foreign workers. For this reason she was nicknamed "Mamma Euthymia". After the war, she was put in charge of the laundry room rather than of the sick. She would have preferred to serve human beings rather than machines. However, she remained a dedicated sister who had a friendly smile and a kind word for everyone. She had a way of describing her mission:  "The Lord can use me like a ray of sun to brighten the day". This Sister lived the word of the Gospel:  whatever we do, we are only unworthy servants. We have only done our duty" (Lk 17,10). In her faith in small things lies her greatness.

6. "If you had faith like a mustard seed", Jesus exclaimed speaking with his disciples (Lk 17,6). It was a genuine and tenacious faith that guided the work and life of Bl. Alfonso Maria Fusco, founder of the Sisters of St John the Baptist. From when he was a young man, the Lord put into his heart the passionate desire to dedicate his life to the service of the neediest, especially of children and young people, who were plentiful in his native city of Angri in Campania. For this he undertook the path of the priesthood and, in a certain way, become the "Don Bosco of Southern Italy". From the beginning he wanted to involve in his work some young women who shared his ideal and he offered them the words of St John the Baptist, "Prepare the way of the Lord" (Lk 3,4). Trusting in divine Providence, Bl. Alfonso and the Sisters of John the Baptist set up a work that was superior to their own expectations. From a simple house for the welcome of the young, there arose a whole Congregation which today is present in 16 countries and on 4 continents working alongside those who are "little" ones and "last". 

7. The outstanding vitality of faith, extolled in the Gospel for today, emerges in the life and activity of
 Tommaso Maria Fusco, founder of the Institute of the Daughters of Charity of the Precious Blood. By virtue of the faith he knew how to live in the world the reality of the Kingdom of God in a very special way. Among his aspirations, there was one which was his favourite:  "I believe in you, my God, increase my faith". It is this prayer that the Apostles direct to the Lord in the Gospel reading today (cf. Lk 17,6). Bl. Tommaso understood that faith is first of all a gift and a grace. No one can conquer it or obtain it by himself. One can only ask for it, implore it from on high. For that reason, enlightened by the teaching of the new Blessed, we never tire of asking the gift of faith, because "the just man will live by faith" (Hb 1,4). 

8. The vital synthesis between contemplation and action, assimilated in the daily participation in the Eucharist, was the foundation of the spiritual experience and the burning charity of
 Bl. Eugenia Picco. In her life she made every effort to listen to the word of the Lord following the invitation of the Liturgy today (refrain for the responsorial psalm), never drawing back from the service which love of neighbour required. At Parma she took upon herself the poverty of the people responding to the needs of the young and of needy families and assisting the victims of the war that in this period made Europe suffer. Even in the face of suffering, with the inevitable moments of difficulty and bewilderment that it entails, Bl. Eugenia Picco knew how to transform the experience of suffering into an occasion of purification and inner growth. From Bl. Eugenia we can learn the art of listening to the voice of the Lord in order to be credible witnesses of the Gospel of charity in the opening years of the millennium.

9. "God is wonderful in his saints!". With the communities in which the Blessed lived and for which they spent their best human and spiritual energies, we want to thank God, who is "wonderful in his saints". At the same time, we ask Him through their intercession, to help us respond with renewed eagerness to the universal call to holiness. Amen.



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Beato Nicola Gross Martire


Niederweningern, Essen, 30 settembre 1898 - 15 gennaio 1945

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Berlino in Germania, beato Nicola Gross, padre di famiglia e martire: attivamente impegnato nell’ambito sociale, per non operare contro i comandamenti di Dio si oppose con ogni mezzo a un empio regime avverso all’umana dignità e alla fede; per questo fu gettato in carcere e, attraverso il supplizio dell’impiccagione, divenne partecipe della vittoria di Cristo. 

“Qualche volta sembra che il cuore mi diventi pesante e che il compito divenga insuperabile se misuro l'imperfezione e l'insufficienza umana di fronte alla gran¬dezza dell'impegno e al peso della responsabilità”: a scrivere così, nel 1943, è un uomo di 45 anni, nel pieno della sua maturità e, quindi, pienamente consapevole delle scelte già fatte e che deve fare. A fargli problema è la conciliabilità tra il suo essere cristiano e padre di famiglia con la partecipazione al complotto per rovesciare il regime di Hitler: in quanto padre di famiglia sa di rischiare la vita e di gettare sul lastrico moglie e figli; in quanto cristiano è cosciente che l’attentato a Hitler ne può causare anche l’eliminazione fisica, con tutti i problemi morali che questo comporta. Sceglie la parte più rischiosa, che lo porta non a partecipare attivamente all’attentato (pur essendo a conoscenza di tutti i dettagli), ma piuttosto a risvegliare le coscienze e a suscitare opposizione al regime mediante i suoi scritti e le sue conferenze. E a chi, alla vigilia dell’attentato a Hitler gli ricorda i rischi cui va incontro e i suoi doveri di padre, risponde senza esitazione: “Se oggi non impegniamo la nostra vita, come pretenderemo poi di stare al cospetto di Dio e del nostro popolo?”.


Nikolaus Gross nasce in Germania, il 30 settembre 1898, aNiederwenigern, piccolo centro del bacino della Ruhr, vicino alla città di Essen, all’interno di un’umile famiglia, il cui papà è un semplice fabbro di miniera. E in miniera anche Nicola va a lavorare a 22 anni, prima come manovratore di carrelli per il trasporto dei minerali e poi come minatore. La fede che ha respirato in famiglia lo spinge subito a schierarsi dalla parte dei più deboli, con un’intensa attività sindacale, con lo scopo di migliorare le sorti delle famiglie più disagiate e degli operai più sfruttati. Con notevoli sacrifici e utilizzando il suo poco tempo libero, riesce a migliorare la sua istruzione e, grazie anche alla sua facilità di penna, si avvia nel mondo giornalistico, diventando caporedattore di un giornale sindacale, dalle cui colonne riesce ad offrire orientamenti agli operai cattolici in molte questioni che riguardavano la società ed il mondo del lavoro. Nel 1923 si sposa con Elisabetta Koch, dalla quale gli nascono sette figli ed allora la sua “profonda e continua preoccupazione riguarda i sette che devono diventare delle persone capaci, sincere e forti nella fede”.

I suoi doveri di padre, tuttavia,non spengono il suo impegno civile, e subito si contraddistingue per una ferma opposizione all’idea nazionalsocialista di Hitler, ancor prima che questi raggiunga il potere. Fin dall’inizio (già nel 1929/30, tanto per intenderci) per lui i nazisti sono “nemici mortali dello stato moderno”, contestando loro anche “immaturità politica” e “carenza di discernimento”, fino ad arrivare a scrivere: “Come lavoratori cattolici rifiutiamo il nazionalsocialismo non solo per motivi politici ed economici, ma in particolare anche per il nostro atteggiamento religioso e culturale, in modo chiaro e deciso”. Le sue idee circolano prima sul giornale del sindacato e, quando i nazisti glielo fanno chiudere, su quaderni clandestini che stampa a e diffonde per educare le coscienze dei lavoratori e far circolare i valori autentici che il regime ha messo in forte crisi. Malgrado tutto è ottimista: “il buio non è senza luce; la speranza e la fede, che sempre ci precedono, attraverso l'oscurità fanno già presagire l’alba”, scrive nel 1943. Crede che “la maggior parte delle grandi prestazioni nasce dall'adempimento giornaliero del dovere nelle piccole cose quotidiane”, nelle quali egli si esercita con fedeltà ammirevole.

Il 12 agosto 1944 viene arrestato in relazione al fallito attentato contro Hitler, al quale, pur senza partecipare direttamente, ha dato il suo appoggio morale. Prima nel carcere di Ravensbrück, poi in quello di Berlino, attende nella preghiera la sentenza di morte, che viene pronunciata il 15 gennaio 1945, ma che in realtà era già scritta fin dal giorno dell’arresto: “per alto tradimento e con la pena dell'impiccagione”, perché “nuotava insieme agli altri nella corrente del tradimento e quindi vi deve anche affogare! “. Impiccato nel pomeriggio del successivo 23 gennaio, come traditore gli viene negato il diritto alla sepoltura e, per non correre il rischio di trasformarlo in martire, il cadavere viene cremato e le ceneri disperse sui campi gelati. Tanto non è bastato, evidentemente, per impedire alla Chiesa di proclamarlo beato e martire il 7 ottobre 2001.


Autore: Gianpiero Pettiti




Nikolaus Gross, un uomo come noi per estrazione e posizione sociale, nato il 30 settembre 1898, figlio di un fabbro di miniera a Niederweningern — vicino alla città di Essen — frequentò dal 1905 al 1912 la scuola elementare cattolica locale. Dapprima lavorò in un laminatoio e poi come manovale, quindi come minatore in una miniera di carbone dove per cinque anni svolse il suo lavoro in galleria.

Nel poco tempo libero cercò di migliorare la sua istruzione. Nel 1917 entrò a far parte del Gewerkverein christlicher Bergarbeiter, l'associazione sindacale dei minatori cristiani, nel 1918 nel partito Zentrumspartei e nel 1919 divenne membro dell'Antonius Knappenverein (KAB) di Niederwenigern. Già a 22 anni divenne segretario della sezione giovanile dell'associazione sindacale Christliche Bergarbeitergewerkschaft, solo un anno più tardi aiuto redattore della rivista Bergknappe. La sua ulteriore attività sindacale lo portò a Waldenburg in Slesia e, con una tappa intermedia a Zwickau, di nuovo nella Ruhr a Bottrop.

Nel frattempo aveva sposato Elisabeth Koch di Niederwenigern che nel corso di un felice matrimonio gli donò sette figli. Amava la sua famiglia più di ogni cosa e fu un padre esemplare, caratterizzato da un profondo senso di responsabilità nell'istruzione e nell'educazione alla fede. 

All'inizio del 1927 diventa aiuto redattore presso la Westdeutsche Arbeiterzeitung, l'organo del KAB, di cui viene promosso ben presto capo redattore. Qui può offrire orientamento agli operai cattolici in molte questioni che riguardano la società ed il mondo del lavoro, con questo diventa sempre più chiaro che per lui le sfide politiche contengono un aspetto morale e che i compiti sociali non si possono risolvere senza sforzi spirituali. Il redattore diventa un apostolo della fede di cui dare testimonianza anche nella stampa. Quando con questa funzione si trasferisce nella Ketteler Haus di Colonia, cioè nel 1929, ha già un chiaro giudizio sul nazionalsocialismo che sta nascendo. Partendo dal principio del Vescovo Ketteler che la riforma della situazione sociale si può raggiungere solo con una riforma dell'atteggiamento interiore, ravvisa «immaturità politica» e «carenza di discernimento» nei successi dei nazionalsocialisti nella società. Già allora definisce i nazisti come «nemici mortali dello stato odierno». Come redattore dell'organo del KAB scrive il 14 settembre 1930: «Come lavoratori cattolici rifiutiamo il nazionalsocialismo non solo per motivi politici ed economici, ma in particolare anche per il nostro atteggiamento religioso e culturale in modo chiaro e deciso».

Già alcuni mesi dopo la presa del potere di Hitler nel 1933 il leader del Deutsche Arbeiterfront, Robert Ley, definì la Westdeutsche Arbeiterzeitung del KAB «nemica dello stato». Nel periodo, successivo Groß cercò di salvare il giornale dalla soppressione senza dover fare dei compromessi nel contenuto. Da allora in poi riuscì a scrivere tra le righe in modo che le persone addentro lo capissero. Nel novembre del 1938 il giornale dei lavoratori, nel frattempo ribattezzato Kettelerwacht, venne vietato definitivamente. Groß, che aveva dovuto lottare molto per la sua qualifica, non era un grande oratore, ma parlava in modo persuasivo, caloroso e convincente. Il fatto che Nikolaus Groß si unisse all'opposizione in Germania, derivò dalla sua convinzione nella fede cattolica. Per lui era valido il principio «che si deve obbedire più a Dio che all'uomo. Se ci viene chiesto qualcosa contrario a Dio o alla fede, non solo è nostro dovere morale, ma è anche nostro dovere assoluto rifiutare di obbedire (agli uomini)». Così scriveva Nikolaus Groß nel 1943 riguardo alla dottrina religiosa. Sempre più chiaramente si rendeva conto che questa situazione in Germania si sarebbe raggiunta sotto il regime di Hitler.

Le comuni riflessioni vennero fissate da Groß in due annotazioni, che poi caddero nelle mani della Gestapo: Die großen Aufgaben e Ist Deutschland verloren? che contribuirono alla sua condanna.

A partire dal 1940 Groß dovette subire interrogatori e perquisizioni. Dopo che il giornale dell'associazione venne vietato pubblicò una serie di brevi scritti che avevano lo scopo di fortificare nei lavoratori la coscienza nella fede e nei valori etici.

La risposta ai motivi che spingevano uomini come Nikolaus Groß la troviamo nelle memorie del noto padre spirituale di tanti uomini, il prelato Caspar Schulte di Paderborn, che dice: «Nei miei molti colloqui, soprattutto con Nikolaus Groß ed il presidente ecclesiastico dell'associazione Otto Müller, ho imparato a conoscere e ad ammirare la grandezza morale di questi uomini». Non sono andati a morire casualmente. Hanno seguito la loro strada anche pronti ad affrontare una morte dolorosa per il bene della libertà. Il giorno prima dell'attentato dissi a Nikolaus Groß: «Signor Groß, non si dimentichi che ha sette figli. Io non ho la responsabilità di una famiglia. Si tratta della sua vita». E Groß mi diede una risposta degna della sua vera grandezza spirituale: «Se oggi non ci impegniamo con la vita, come vogliamo superare la nostra prova davanti a Dio e al nostro popolo?».

Dopo l'attentato, fallito, del 20 luglio 1944 gli eventi precipitarono. Groß, che non aveva partecipato direttamente alla sua preparazione ed esecuzione, venne arrestato il 12 agosto 1944 verso mezzogiorno a casa sua e portato dapprima nel carcere di Ravensbrück e poi in quello di Tegel a Berlino. La moglie Elisabeth venne due volte a Berlino a trovarlo. Essa riferì di chiari segni di torture alle mani e alle braccia. Le lettere dal carcere di Nikolaus Groß testimoniano in modo convincente che per lui la preghiera continua fosse la fonte di forza nella sua posizione difficile e, alla fine, disperata. Non c'è quasi lettera in cui non si lasci sfuggire l'occasione di chiedere alla moglie e ai figli di pregare continuamente come lui stesso pregava giorno dopo giorno per la sua famiglia.

Nella preghiera si sapeva legato alla famiglia, allo stesso tempo però anche in uno scambio continuo con Dio.

Nelle sue lettere Nikolaus Groß mostra continuamente di credere che il suo destino ed il destino della sua famiglia era nelle manidi Dio.

Il 15 gennaio 1945 venne pronunciata la sentenza di morte da parte del Presidente del tribunale del popolo Roland Freisler. L'osservazione finale nei verbali ed in realtà l'unica motivazione della sentenza: «Nuotava insieme agli altri nella corrente del tradimento e quindi vi deve anche affogare!». I nazisti non facevano dei martiri. All'impiccato non concessero una tomba: per i fautori di menzogne e di odio c'era solo la brutale eliminazione.

La testimonianza della verità e della fede non si può però estinguere, continua a vivere in coloro che ci hanno preceduto, illuminando il nostro cammino. Il cappellano del carcere Buchholz, che da un nascondiglio diede la benedizione al condannato a morte per il suo ultimo breve tragitto, riferì poi: «Groß abbassò il capo in silenzio. Il suo viso sembrava già illuminato dallo splendore dal quale stava per venire accolto».

La sepoltura cristiana gli venne negata dal partito al potere e il suo cadavere venne cremato e le ceneri disperse sui campi gelati.


Fonte:
Santa Sede